Delocalizzazione produttiva: una scorciatoia contro la tutela ambientale?

La delocalizzazione produttiva, dal punto di vista economico, è un fenomeno legato alle attività di produzione. Con questo sistema è possibile cambiare la localizzazione di un’attività da un luogo all’altro. Questo sistema nacque per la prima volta con la scoperta del continente americano e l’esplorazione di altri paesi nel Mediterraneo ed Asia, che comportò dei cambiamenti nel sistema economico europeo.

Perché delocalizzare un’attività?

Possono essere diversi i motivi che spingono a cambiare l’ubicazione di un’attività. Uno di questi è sicuramente la vicinanza al mercato di destinazione del prodotto finale, che può ridurre significativamente i costi del loro trasporto. Si può cambiare l’ubicazione di un’azienda per un costo più basso del lavoro, come accade per le ditte che spostano le fabbriche nei paesi asiatici, oppure per un carico minore del fisco.

Un altro fattore che può influenzare la delocalizzazione produttiva, è la politica economica di sviluppo. In Europa, la Bulgaria è di sicuro uno dei posti migliori per applicare questo sistema economico, in quanto le normative economiche annullano le imposte del reddito.

In alcune circostanze, la delocalizzazione può essere solo parziale, in quanto è possibile effettuare una parte della produzione di una ditta altrove.

Gli effetti della delocalizzazione

Se da una parte le delocalizzazione aumentano la competitività delle aziende, dall’altra possono aumentare la disoccupazione, nel paese di origine.

Bisogna, tuttavia, sottolineare, che la delocalizzazione produttiva non implica necessariamente lo sfruttamento. Le attività economiche si trasferiscono in un paese dove gli oneri fiscali e il costo del lavoro sono più bassi per minimizzare le proprie spese, ma il confine con lo sfruttamento è del tutto soggettivo.

Il discorso, ovviamente, cambia per il paese in cui l’attività produttiva si trasferisce: la situazione economica migliore e diminuisce il tasso di disoccupazione. In particolare, queste attività produttive si sono centralizzate, negli ultimi anni, nell’Europa dell’est, nel sud-est dell’Asia, in Cina, in India, in Corea, nelle Filippine e in America Latina, in modo particolare in Brasile.

Le delocalizzazione delle imprese italiane

L’Italia di sicuro non fa eccezione, tra le imprese europee che trasferiscono le attività all’estero, per acquisire delle strategie economiche vantaggiose.

Secondo uno studio dell’ISTAT risalente al 2008, tra il 2001 e il 2006, sono state più di tremila le imprese italiane che hanno deciso di delocalizzarsi all’estero, in modo particolare quelle piemontesi, lombarde, venete ed emiliane, vero paesi dell’Africa del nord, dell’America Latina e in Cina.

Ad esempio, la FIAT ha fondato degli stabilimenti in Polonia e nell’ex Unione Sovietica. La Piaggio, invece, ha spostato la produzione delle moto in India.

Tuttavia, questi trasferimenti delle imprese italiane all’estero non sono di certo un fenomeno degli ultimi anni, nato per rispondere alla crisi. Negli anni Settanta ed Ottano, infatti, le piccole e medie industrie (in modo particolare quelle toscane e venete) hanno iniziato a delocalizzarsi in paesi dell’Africa, come la Tunisia o il Marocco, e in quelli dell’est europeo, come la Romania.

Nel 2003, gli economisti Navaretti e Castellani condussero uno studio sugli effetti della delocalizzazione dell’impresa madre che viene internazionalizzata, e hanno potuto constatare come il numero di dipendenti delle imprese con stabilimenti all’estero diminuisse, e si poteva concludere che gli investimenti esteri, in paesi in via di sviluppo e con un basso costo, si dimostravano una buona strategia.

Nello stesso anno, Mariotti e un team di ricercatori, focalizzarono la loro attenzione sugli effetti indiretti della localizzazione, soprattutto sulla “ragione industriale”. In questa ricerca, i risultati sottolineavano come in Italia, dopo la delocalizzazione estera delle imprese, la forza lavoro e le parità di condizioni calassero.

La delocalizzazione produttiva può funzionare per evitare la tutela ambientale

Spostare un’attività produttiva in un altro paese può essere un modo per aggirare le norme della tutela ambientale, che in Europa possono impedirne la crescita. Per un’impresa, i costi per rispettare le leggi vigenti sull’ambiente possono rappresentare una quota significante delle spese, ed è uno dei fattori che può spingere a spostare stabilimenti in altri paesi.

Da questo punto di vista, la delocalizzazione può assumere toni tutt’altro che positivi, in quanto le aziende, cercando di non pagare degli ingenti costi, possono promuovere problemi come l’inquinamento, non curandosi delle leggi ambientali.

Prospettive del tutto scoraggianti, se si guarda al passato industriale dell’Italia, in cui le ditte dal nord al sud d’Italia, in attività dagli inizi del Novecento, hanno causato non pochi danni all’ambiente e alla salute delle persone. L’Ilva è sicuramente uno dei casi più eclatanti.

La delocalizzazione è uno dei risultati della competizione e della liberalizzazione internazionale in Europa. Tuttavia, la scelta dei paesi in cui trasferire le aziende potrebbe cambiare, in seguito alla crescita economica e agli effetti ambientali che le aziende potrebbero avere sul territorio ospitante.

La globalizzazione economica ha lati positivi e negativi, e la delocalizzazione delle attività produttive non fa certo eccezione. Il fattore ambientale, sicuramente, non è un punto da trascurare, visto che le industrie potrebbero causare problemi al territorio estero.

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